L’IMPEGNO ITALIANO NELLE MISSIONI INTERNAZIONALI

Le missioni internazionali rappresentano un fattore concreto e di continuità tra la politica estera e la politica di difesa del nostro Paese, nonché il presupposto per il conseguimento di una maggiore centralità dell’Italia nelle relazioni internazionali, in considerazione della nostra proiezione di Paese cerniera tra Europa e Mediterraneo.misto

Attualmente 5.700 italiani sono impegnati complessivamente in 25 missioni in 18 paesi. Se diamo uno sguardo alla mappa del nostro impegno all’estero, ci accorgiamo che la mappa delle missioni è la stessa dell’instabilità del pianeta.

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Una Shengen della Difesa, idea importante per il futuro dell’Europa. Condivido la proposta di Pinotti e Gentiloni

“Promuovere la costruzione di un’Unione per la Difesa europea, partendo da alcuni stati promotori tra cui l’Italia, per arrivare a una “Schengen della Difesa”sarebbe una scelta fondamentale per il futuro dell’Unione e molto utile, anche nella lotta al terrorismo. – Afferma Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO – Condivido e sostengo con convinzione la proposta lanciata oggi da Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni: il lancio di un progetto di Unione per la Difesa europea è un fatto impostante, su cui l’Italia può essere protagonista. Accelerare il processo di integrazione nel campo della difesa tra Stati europei potrebbe essere molto imposante per garantire più sicurezza ai nostri cittadini e ai nostri paesi, per contrastare con ancora più efficacia il terrorismo jihadista e per rilanciare con forza anche il processo di integrazione politica europea – conclude Manciulli.

Comunicato stampa

Libia, Lotta al terrorismo: irresponsabili le affermazioni di Di Maio

“Strumentalizzare la paura delle persone e il rischio attentati è un’operazione irresponsabile. In questo modo Di Maio non fa un servizio al paese, ma il contrario” – Afferma l’On. Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO – “Non è evitando di combattere DAESH che si evita il rischio degli attentati. Con queste sue dichiarazioni Di Maio, invece, sembra essere coerente con l’idea di altri esponenti del suo partito di voler dialogare con DAESH e non combatterlo. Da un rappresentante delle Istituzioni come Di Maio, che ha anche ambizioni importanti, ci si aspetterebbe un comportamento più responsabile su argomenti così delicati.”

“Non è nascondendo la testa sotto la sabbia che potremo sconfiggere la minaccia del terrorismo. Noi siamo convinti che sia necessario contrastare DAESH anche in Libia, e non solo sul piano militare, ma anche su quello culturale ed economico, per poter garantire alla Libia un processo di stabilizzazione politica e istituzionale indispensabile soprattutto anche all’Italia e all’Europa” – conclude Manciulli .

comunicato stampa

Understanding Iran’s Role in the Syrian Conflict

Edited by Aniseh Bassiri Tabrizi and Raffaello Pantucci – RUSI rusi
This paper provides a comprehensive analysis of Iran’s role in the Syrian conflict, drawing on the perspective of major regional state and non-state actors

Iran’s role in Syria is critical not only to the course of the latter’s five-year civil war, but also to longer-term developments in the wider region, ­not least because the country’s relations with key players, including Russia, Hizbullah, the Gulf States and the Syrian regime, will inevitably be affected by the outcome of the conflict.

The alliance between the Syrian regime and the Iranian leadership is, on the face of it, puzzling. The former is Arab, Alawite and secular, while Iran is Islamicpantucci rusi, Shia and deeply religious. Nevertheless, since the civil war in Syria erupted in March 2011, Iran has been one of the key supporters of the regime of President Bashar Al-Assad, and has maintained significant influence over the evolution of the conflict.

This paper presents the findings of a project designed to establish a better understanding of Tehran’s ultimate ambitions in Syria, its relations with the other state and non-state actors involved in the conflict, and its influence on Damascus and the outcome of the civil war.

Military coups: a very short introduction

Pages_from_Breif_25_Coups_7ac2279146Florence Gaub – EUISS EUISS

Until three years ago, it was widely perceived in Europe that the era of military intervention in politics was over: strongmen like Idi Amin and Hafez al-Assad were long dead, and the world had seen the likes of Mubarak toppled and Pinochet voted out of power. The armed forces appeared to have returned to the barracks for good. Although the coups in Egypt and Thailand, in 2013 and 2014, respectively, were a reminder that the military can still play a political role, it was the recent failed coup attempt in Turkey which drove this point home.

As the military’s raison d’être is clearly the defence of a state, any venture by it into politics is generally seen as an anomaly – yet this repeatedly occurs. So why (and when) do coups happen? Mainly for four reasons: the armed forces have the capacity, the interest, no legitimate opponent and a degree of popular support. If all four elements are not present, however, a coup will fail – as was, arguably, the case in Turkey.