Che cos’è la contemporaneità? Potremmo dire che è il rapporto con il proprio tempo, ma è contemporaneo , riprendendo una bellissima lezione di Agamben, colui che non coincide pienamente con la propria epoca. Non è contemporaneo chi combacia in ogni punto perfettamente con essa. Non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.
Essere contemporaneo vuol dire percepire il buio del proprio tempo, essere capaci di leggere e di interpellarlo, perché solo non essendo accecati dal fascio luminoso che viaggia a velocità altissima siamo in grado di vedere e captarne quegli elementi irrisolti che permeano la società.
Pianificare, progettare un territorio vuole dire non appartenere a questa epoca, ma vuol dire fare continui salti nel futuro, immaginare scenari e palinsesti di ciò che sarà, elaborare gli stili di vita che verranno. L’architettura e il design che formeranno le città del domani non sono senza significato, ma sono luoghi e oggetti capaci di condizionare la vita e i comportamenti delle persone. Prima che dell’architettura, il problema è della cultura, che dovrebbe essere qualcosa di profondamente condiviso dalla collettività e in cui la collettività si riconosce. E questo è impossibile senza una precisa volontà politica che supporti tale istanza.
Esprimere un ideale di bellezza, che trascende dal gusto e dall’estetica personale vuol dire che questa bellezza deve essere il prodotto delle idee condivise da una “moltitudine”. Uso il termine moltitudine poiché la città del domani sarà sempre più meticcia. Rinunciare all’omogeneità a favore di ciò che è ibrido o eterogeneo offre possibilità ancora inesplorate capaci di creare relazioni e identità nuove, più stimolanti, più ricche, più divertenti.
La base di questo ragionamento affonda le sue radici sulla consapevolezza di essere moderni, quella modernità intesa come cambiamento in grado di far progredire l’intera società. Ma essere moderni vuol dire avere un’ottima conoscenza della storia, delle trasformazioni fondamentali che hanno caratterizzato un territorio, captarne quegli elementi fondamentali che hanno modificato la status quo sociale. Non si può progettare un territorio senza conoscere gli elementi e le convenzioni che ne hanno determinato la sua bellezza o la sua disgrazia. La città europea del futuro è una città compatta che consumi il meno possibile il suo territorio, che mantenga una marcata linea di separazione fra città e campagna.
La città del futuro è multicentrica, combatte lo sprowl che produce l’indeterminatezza e disordine, è senza periferie.
La città del futuro è la città della mobilità, dei trasporti veloci che la connettono fisicamente ad altri luoghi, sia urbani che extra-urbani.
La città del futuro si affida al trasporto pubblico sia metropolitano che fra altre città: Trasporti di persone e di merci che non inquinano e non creano tempi morti dovuti alla congestione.
La città del futuro è la città delle informazioni, delle reti veloci, della tecnologia non invadente che rispetti l’ambiente.
La città del futuro è una città a misura di bambino, che investe sulle scuole e nei luoghi del tempo libero.
La città del futuro è una città divertente che dia la possibilità di modificare gli ambiente in modo semplice, di cambiare l’aspetto e l’immagine della città con un semplice click.
La città del futuro è la città della produzione pulita, non inquinante che pensa all’ecologia nella sua complessità, vale a dire all’intero ciclo di vita del prodotto e crei un’ecologia che rinuncia ai falsi valori.
La città del futuro è la città dei quartieri meticciati, della mixetè sociale e funzionale.
La città del futuro è la città dell’opportunità che non leda la dignità delle persone, che ripudia i ghetti di qualsiasi estrazione sociale, che mischia l’edilizia sociale in tutti i quartieri della città.
La città del futuro è quella delle case in affitto a prezzi modici in grado di attrarre nuovi flussi di persone creative, quella che da la possibilità alle giovane coppie di crearsi una famiglia; è la città dello studente che ha diritto a case che gli permettono di svolgere la sua attività in modo tranquillo; è una città da percorrere a piedi o in bicicletta e che abbia un trasporto pubblico che sia il massimo del confort.
La città del futuro ha nella strada il luogo massimo delle relazioni sociali, il luogo del dialogo fra diversi, è la città che affida la sua sicurezza allo stare insieme.
La città del futuro è una città dall’hardware flessibile che si modifichi in base alle esigenze della comunità. La città del futuro è una città da vivere nel quotidiano rendendo confortevole e facile gli spostamenti, da casa a lavoro, che rende facilmente accessibili i luoghi del tempo libero con micro parchi di quartiere.
La città del futuro è la città che attira creatività e di conseguenza impresa.
La città del futuro è una città da vivere di notte, che permette di lavorare senza orari e in qualsiasi luogo; è la città che non spreca; è la città dell’uso e del riuso; è la città che reinventa i propri spazi: vede le aree dismesse come la possibilità di riequilibrare deficit sociali storici.
La città del futuro è la città che non inibisce e che da la possibilità alla creatività di emergere; è la città che facilita gli incontri; è la città dello spazio pubblico, che si prende cura del suo verde e che motivi i privati a produrre edilizia residenziale di qualità. La città del futuro è la città a basso consumo energetico, che crea energia partendo dalle risorse che ha sul territorio, in primis sole vento acqua e terra. La città del futuro è a km 0, è la città degli orti urbani.
Questa città del futuro è un’utopia? No! È la città delle “utopie realizzabili”.


Massimo Lastrucci ha scritto:
Poche note a margine della conferenza dal momento che per problemi logistici non vi è stato il tempo e quindi modo di esprimerle.
Tutte centrate, per evitare divagazioni fuori dal tema, sul titolo della conferenza, La contemporaneità come stile di vita.
Si potrebbe dire che non conosciamo altri stili di vita se non quello della contemporaneità.
Tutti, a ben vedere, sono o sono stati contemporanei.
Anche Brunelleschi era contemporaneo del suo tempo.
Le sue opere però erano non solo contemporanee di un contemporaneo ma anche e soprattutto espressione di contemporaneità intesa come capacità quasi visionaria di avvertire e sentire prima e meglio degli altri il flusso vitale delle cose e proiettarlo verso il futuro come valore condiviso.
Sentito come valore appunto perchè condiviso.
Condiviso proprio perchè parte di un sentire comune a cui la contemporaneità da risposta in tempo reale.
Efficace perchè è proprio ed esattamente la risposta a quel sentire.
Ma la cosa veramente importante non è solo tutelare quelle espressioni di valore ma anche e forse soprattutto ripensare i processi che hanno generato quei valori.
Nessuna cupola di Brunelleschi , senza l’Umanesimo che era il moto dei pensieri e quindi dell’agire collettivi che guardava al nuovo come una necessità politica, sociale ed economica.
Nessuna cupola di Brunelleschi senza Lorenzo che si faceva interprete politico di quelle istanze a cui si ripondeva con la visionarietà della contemporaneità.
In un assurdo gioco di viaggio nel tempo se Brunelleschi decidesse di costruire oggi la cupola o si stuferebbe per la montagna di carta da presentare ed andrebbe a costruirla all’estero o comunque gli verrebbe bocciata da qualche commissione perchè altera l’aquilibrio di Piazza Duomo o si sovrappone alla mirabile fabbrica gotica di Arnolfo di Cambio.
Occorre anche tutelare in maniera adeguata i processi di espressione del valore: anche a Brunelleschi poteva capitare di vincere un concorso per la cupola o di perderne un altro per le porte del Battistero.
Nella sfida contemporanea delle città occorre che la complessità come valore vitale sia accolta dalla politica come capacità di ascolto.
Occorre che le soluzioni della contemporaneità siano affidate alla migliore progettualità ed occorre che questa sia espressa con la sua massima potenzialità.
Le soluzioni sul territorio fatte e pensate fuori del sentire comune non possono essere contemporanee.
A meno di un assurdo viaggio nel tempo.
Ma noi preferiamo la contemporaneità come stile di vita.
Un abbraccio
Massimo Lastrucci
Marcello Battini ha scritto:
Bravo Andrea. Condivido pienamente la tua idea di città.Mi dovresti fare una cortesia. Mettiti in contatto con Alessandro Cosimi, sindaco di Livorno, oer sensibilizzarlo sulla questione dell’ubicazione del costruendo nuovo ospedale cittadino. T’invierò, via e-mail il contenuto di alcune mie osservazioni sulla questione.